Racconto Breve: Samichèl

Vi propongo questo mio racconto breve. Il titolo che ho scelto, nel dialetto di Grosio, luogo dov’è ambientata la storia, significa “Autunno”.

– SAMICHÉL –

A Grosio l’estate era finita da tempo.
L’odore d’erba e foglie marce saturava l’aria umida, mentre una fitta nebbia bianchissima si adagiava sulle montagne come un soffice strato di neve autunnale, dal quale solo le cime emergevano brune.
Più a valle, le betulle appassite facevano da cornice alla diga, colma d’acqua di colore verdastro.
Durante l’estate, decine di pescatori avevano trascorso le loro giornate sulle rive del bacino.
Ora non si vedeva nessuno.
I prati deserti erano ingialliti fino al limitare dei boschi di sempreverdi. Gli animali che fino a poche settimane prima avevano animato quei boschi erano svaniti, come fagocitati dalla nebbia. Il silenzio surreale era di tanto in tanto spezzato dall’orgoglioso grido di un’aquila, ormai padrona incontrastata della valle.
Anche i contadini avevano abbandonato le baite di montagna, tornando in paese con gli animali. Carovane di uomini e bestie erano scese dai monti, fuggendo dall’inverno ormai prossimo. A settembre sarebbero ricominciate le scuole, per i bambini, mentre gli uomini avrebbero ripreso il lavoro.
Per i vecchi non sarebbe cambiato nulla. Eppure sentivano che era ora di scendere dalle montagne, come i loro animali.
Le mucche cominciavano a sentirsi a disagio una settimana prima del rientro in paese.
L’autunno in montagna spaventava tutti. La natura accogliente nella quale avevano trascorso i mesi precedenti stava raggrinzendo. I verdi pascoli si trasformavano in aride distese di sassi e sterpaglie, cosparse di letame. Quel letame che li avrebbe fatti tornare fertili, l’estate successiva.
Ma ora nulla era fertile, e gli animali se ne andavano.
E con loro gli uomini.

Ai limiti del bosco, immerso nella nebbia, un vecchio si incamminava verso una casa diroccata, muovendosi come un fantasma.
Se ne stava curvo, percorrendo il sottile sentiero scavato negli anni da mille passaggi.
Nelle braccia stringeva un pesante fascio di legna che ne rallentava l’andatura.
Portava pantaloni marroni, di velluto, e una pesante camicia di flanella a quadri.
Sembrava essere l’uomo più vecchio del mondo.
Di certo era tra i più stanchi.
La lunga estate nei campi lo aveva provato, più di quanto non gli fosse successo negli anni precedenti.
Le gambe gli cedevano.
Appoggiò la legna sul ciglio del sentiero, sedendosi per riprendere fiato.
Mancavano meno di cento metri alla casa, ma sapeva che non ce l’avrebbe fatta senza una sosta.
Un brivido di freddo lo fece tremare.
Sollevò il volto, gettando lo sguardo oltre le cime degli alberi, poi chiuse gli occhi, chinando il capo.
Respirò, inalando con avidità l’odore della montagna.
Si passò una mano sugli occhi scacciando cupi pensieri.
Cercò di alzarsi, ma le gambe cedettero ancora una volta.
Tornò a sedersi.
Tremando, si mise a piangere.

La vecchia casa di sassi se ne stava isolata, nell’unico punto dove il ripido prato si spianava dolce prima di riprendere la discesa verso la diga.
Una piccola fontana era l’unico elemento esterno tra la casa e il prato.
Un sottile rivolo scendeva a riempire la vasca scavata nella roccia.
L’acqua non avrebbe smesso di scorrere almeno fino a novembre, quando sarebbe ghiacciata, come ogni anno, cristallizzando fino al disgelo di aprile.
Il vecchio aveva trovato la forza di raggiungere la baita, fermandosi ancora qualche volta a riposare, e ora se ne stava seduto sul bordo della fontana.
Beveva, portandosi l’acqua alla bocca con le mani sporche di resina.
Si lavò il volto, cercando di rinfrescare una pelle più dura della legna che aveva raccolto.
Si voltò di nuovo verso la valle.
Il colore della diga gli diceva che il tempo non sarebbe migliorato.
Le nuvole risalivano cariche di pioggia.
Per un attimo ne fu intimorito.
Non era mai rimasto in montagna così a lungo. Di solito in quel periodo dell’anno era già sceso in paese, con gli animali.
Quest’anno aveva deciso di rimanere.
Li aveva consegnati a un pastore. Non avrebbe voluto abbandonarli, ma non voleva far loro del male. Non avrebbero retto un inverno in montagna.
Forse non avrebbe retto nemmeno lui, ma non gli importava.
Tutto quello che gli importava era lì, e lui non se ne sarebbe andato.
Spinse con il piede la vecchia porta della baita, stringendo fra le mani la legna appena raccolta.
Il fuoco che aveva acceso la mattina si era spento, ma la brace ardente riscaldava ancora la vecchia cucina, dove si respirava l’aroma del caffè che aveva bevuto prima di uscire.
Richiuse la porta dietro di sé, accatastando la legna sulla parete più lontana.
Se non altro, la legna non gli mancava.
Gli doveva bastare per tutto l’inverno.
Sorrise, per la prima volta nella giornata, pensando che probabilmente gliene sarebbe bastata anche meno.
Scelse con cura un grosso ciocco, fra i più secchi raccolti durante l’estate.
Lo gettò sulla brace, ravvivando la fiamma.
La tavola era ancora cosparsa delle briciole del pane raffermo che era stato la sua colazione.
La tazza dove aveva versato il caffè si era rovesciata, e lui non l’aveva raccolta.
Sembrava fissarlo.
Non chiedeva di essere raddrizzata.
Il vecchio pensò che forse avrebbe voluto essere buttata e che lui voleva buttarla.
Lo fece lentamente, scegliendo con cura il momento in cui gettarla nel fuoco.
Provò una sensazione di liberazione fissandola immersa nelle fiamme.
Era in casa già da diversi minuti, eppure non si era ancora voltato verso il letto.
Ritardava ogni volta quel momento, cercando di esorcizzarne l’effetto.
Distesa sulle pesanti coperte di lana c’era sua moglie.
Quanto ne restava.
Si era ammalata solo un mese prima, ma le sue condizioni si erano subito aggravate.
Nel giro di qualche giorno non era più riuscita a mettersi in piedi.
Il medico non aveva dato speranze.
Sarebbe morta in fretta.
Avevano provato a convincerlo che rimanere con lei poteva essere pericoloso. Lo avrebbe contagiato.
Aveva deciso che non gli importava.
L’aveva sposata quando lei era poco più che una bambina.
Non ricordava di aver più passato una notte da solo.
Ora si era ammalato anche lui, e di sicuro si stava aggravando.
Quella mattina era riuscito a camminare, forse per l’ultima volta.
Guardò la moglie in silenzio, temendo di svegliarla.
Lei respirava appena, ma non dormiva.
Aprì gli occhi e si voltò, con una mano appoggiata sul petto e l’altra tesa verso il marito.
Sorrideva.
Sorrise anche lui, muovendosi verso il letto e allungando la mano verso quella di lei.
Lui si stese sulle coperte.
Lei si girò sul fianco continuando a sorridere, appoggiandogli la testa sul petto.
Gli prese la mano, stringendola forte con le ultime energie rimaste.
Una lacrima scese a bagnare il volto rugoso del vecchio, che cercò di ricambiare la stretta senza la forza per farlo.
Si lasciarono andare, e chiusero gli occhi insieme.
Insieme si addormentarono.
Dopo qualche ora il fuoco nel camino si spense, lasciando solo un sottile strato di cenere.
E una tazza annerita.

Il racconto è contenuto nella raccolta “Senza respiro”, disponibile in formato Kindle, al costo di 0,99 €, e in formato cartaceo, al costo di 7,27 €. Se vuoi acquistarne una copia, o leggere le recensioni di chi lo ha già letto, clicca qui.

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Vi propongo questo mio racconto breve. Il titolo che ho scelto, nel dialetto di Grosio, luogo dov’è ambientata la storia, significa “Autunno”.
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Autore: Penna Acida

Sono appassionato di romanzi, racconti, novelle, poesie…qualsiasi cosa sia scritta mi interessa: dai grandi classici ai romanzi contemporanei, passando per la letteratura mainstream. Vi consiglierò le opere migliori, segnalando quelle che per me sono da evitare come la peste, perché tutto è degno di essere letto, ma molto è degno di essere cestinato. Se un autore si sentisse offeso per i miei commenti gli chiederò scusa. A patto, ovviamente, che lui si scusi per il tempo che ho perso leggendo la sua opera. Non sono un critico di professione, per cui potrei certamente prendere qualche topica colossale. Tuttavia, questo è il sito di un lettore ed è pensato per i lettori.

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